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IL PIACERE CHE PROCURA SOFFERENZA

IL PIACERE CHE PROCURA SOFFERENZA
27 febbraio 2018 francesco

Nessuno può vivere senza piacere, gli essere umani per raggiungere una vita equilibrata e stabile hanno bisogno di momenti piacevoli. Il piacere è una sensazione positiva che determina appagamento psichico e fisico e costituisce una delle nostre emozioni di base, in particolare quando la sua esperienza si ricollega al soddisfacimento di bisogni primari quali il cibo o il sesso.

Tale componente imprescindibile della nostra esistenza si trasforma in un problema quando un’attività piacevole diventa per frequenza ed intensità eccessiva perdendo di fatto la sua connotazione positiva e procurando disagio alla persona. Esempi di tali problematiche sono il gioco d’azzardo, l’attività sessuale e le “abbuffate” compulsive.

Un’attività piacevole si trasforma in “compulsione” quando non è più controllabile dalla persona che si sente completamente rapita dal comportamento che vorrebbe gestire.

Ma quali sono i processi che conducono a trasformare un comportamento “naturale” come mangiare o fare l’amore in un’ossessione compulsiva?

Il primo fattore consiste nell’effetto trasgressione: il proibirsi, o la proibizione che viene dagli altri, alimentano il desiderio del comportamento piacevole fino a renderlo irrefrenabile. Per esempio se riesco a resistere alla cioccolata per tre giorni al quarto giorno posso esplodere mangiandone un barattolo intero. La dinamica sottesa è l’eccesso di controllo che porta a perdere il controllo.

In questi casi un intervento terapeutico deve invertire tale circolo vizioso conducendo la persona a concedersi ciò che cerca di combattere per acquisirne il controllo. Ritornando all’esempio precedente potrebbe mangiare un cucchiaino di cioccolata ogni 2 ore. La strategia terapeutica consiste nel prescrivere il comportamento vissuto come problema, rendendolo di conseguenza meno piacevole in quanto il “dovere” di metterlo in atto ribalta la logica della privazione che lo rende tanto desiderabile. Inoltre il piacere viene richiesto in tempi, luoghi o con modalità che lo rendono difficile da sperimentare  in modo trascinante  trasformandolo quasi in una tortura. Per esempio si può richiedere che la persona beva quei bicchieri di troppo in bagno davanti lo specchio e con la mano sinistra: il comportamento indesiderato non è proibito facendo ricorso a spiegazioni razionali ma prescritto con una modalità che lo trasforma da piacevole in indesiderato.

In altri casi il comportamento compulsivo ha lo scopo di sedare stati psicologici negativi, come l’ansia o il dolore procurato da eventi esterni avversi alla persona. In queste situazioni l’intervento terapeutico, dopo aver fatto riacquisire il controllo sul comportamento, deve fornire alla persona modalità differenti per affrontare i propri stati di sofferenza rendendo il ricorso al “piacere sedativo” inutile.

Una volta che la persona riesce a liberarsi dal piacere compulsivo è fondamentale guidarla alla sperimentazione e la ricerca di esperienze piacevoli e soddisfacenti in altre aree della vita rispetto a quella su cui si incentrava il comportamento vissuto come problema. La costruzione di un equilibrio psicologico ancora una volta non si basa sulla rinuncia o il controllo del piacere, ma sulla sua sperimentazione in modo più equilibrato evitando quelle trappole mentali che per eccesso trasformano il piacere in sofferenza.

Articolo pubblicato per 5-avi

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