Francesco Tinacci - Psicologo e Psicoterapeuta Empoli

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La Psicoterapia Può Far Peggiorare i Problemi dei Pazienti?

La Psicoterapia Può Far Peggiorare i Problemi dei Pazienti?
29 settembre 2017 francesco

Haley fece una rassegna di  tutto quello che un terapeuta dovrebbe fare per far fallire la terapia di coloro che guarirebbero spontaneamente. E tra questi punti citava, quelle che allora erano alcune delle prassi cliniche più utilizzate e che tutt’ora sono ben presenti nei paradigmi più tradizionali delle psicoterapie:

 

“L’esperienza pratica ci insegna che è possibile sviluppare procedure che impediscano i progressi di quei pazienti che tenderebbero a guarire spontaneamente. Ecco quindi una serie di accorgimenti per aumentare la percentuale dei fallimenti:

  • PASSO A: Insistere sul fatto che il problema per il quale il paziente ha iniziato la terapia non è importante; è essenziale minimizzarlo, chiamandolo “sintomo”, e cambiare argomento. PASSO B: Rifiutarsi di curare direttamente il problema suddetto. PASSO C: Insinuare il dubbio che, nel caso il problema iniziale venisse risolto, un sintomo peggiore potrebbe prenderne il posto… Già con questi tre semplici passaggi qualunque terapeuta sarà in grado di non curare il proprio paziente.
  • È molto importante confondere diagnosi e terapia. Un terapeuta può sembrare esperto e competente senza mai correre il rischio di curare il paziente se utilizza un linguaggio diagnostico che gli impedisce di pensare operativamente alla cura. Per esempio si può dire che il paziente ha un Io debole o che è dominato dalle pulsioni: in tal modo è impossibile formulare un’ipotesi di intervento terapeutico.
  • Enfatizzare un solo possibile metodo di cura senza preoccuparsi di quanto vari siano i problemi che i pazienti portano in terapia. Quanti non si uniformano al metodo prescelto devono essere classificati come incurabili e vanno allontanati.
  • Non avere alcuna teoria, o averne una ambigua o indimostrabile, in merito a cosa un terapeuta dovrebbe fare per suscitare cambiamenti nel paziente. È importante insistere sul fatto che il cambiamento è uno spostamento di qualcosa di interno al paziente, quindi impossibile da osservare o indagare. Ad esempio si può dire che il lavoro terapeutico consiste nel portare l’inconscio alla coscienza. In questo modo il compito del terapeuta viene definito come la trasformazione di un’entità ipotetica in un’altra entità ipotetica e pertanto non c’è alcuna possibilità di applicare una teoria terapeutica precisa alla situazione.
  • Parlare molto e convincere il più possibile del fatto che dietro ad ogni disturbo si cela una patologia sottostante. Quando “patologia sottostante” sarà diventato il termine più pronunciato nelle cliniche e nelle sale d’aspetto, nessuno cercherà più di agire nell’interesse della guarigione del paziente e i pazienti stessi tenteranno di limitare i loro eventuali progressi. Se il paziente sembra comunque migliorare, può essere fermato con l’impiego della terapia di gruppo.
  • Per impedire ai pazienti di fare progressi spontanei, il terapeuta deve concentrarsi sul loro passato oppure sugli aspetti più deplorevoli della loro vita, suscitando così i loro sensi di colpa; a questo punto lo scopo della terapia sarà risolvere i loro sensi di colpa.
  • Ignorare il mondo reale nel quale vivono i pazienti, concentrandosi sulla loro infanzia, sulle dinamiche interiori, sulle loro fantasie. Parlare dei sogni è un ottimo modo di passare il tempo, così come la sperimentazione di svariati farmaci.
  • Non definire in alcun modo gli obiettivi della terapia. Se un terapeuta stabilisce degli obiettivi, prima o poi il paziente si domanderà se questi sono stati raggiunti. Se proprio si rendesse necessario enunciare un obiettivo, è essenziale che ciò avvenga in una forma ambigua, fumosa, che chiunque si trovi a domandarsi se detto obiettivo è stato raggiunto, si scoraggi.
  • Evitare a tutti i costi di valutare apertamente i risultati della terapia. Etichettare i colleghi che effettuano studi sull’efficacia della terapia come superficiali, incapaci di comprendere cosa sia veramente la terapia, semplicistici nel loro morboso attaccamento alla comprensione dei sintomi (che preferiscono al sano studio dei problemi profondi della personalità), e quindi falsi nel loro approccio alla vita umana.
  • Evitare di avere pazienti poveri, perché insistono per vedere dei risultati e non si fanno distrarre dalla conversazione

(Haley, 1969)

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