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DISTURBO OPPOSITIVO PROVOCATORIO

DISTURBO OPPOSITIVO PROVOCATORIO
22 novembre 2016 francesco

Il disturbo oppositivo provocatorio si caratterizza per la presenza di comportamenti inadeguati da parte di bambini o adolescenti che vanno a violare norme socialmente condivise, ed hanno nella maggior parte dei casi l’obbiettivo di andare a provocare qualsiasi  forma di autorità, da quella genitoriale a quella della insegnanti. Tale problema conduce molto spesso le figure che si devono confrontare con questi ragazzi all’esasperazione in quanto non riescono ad arginare o porre fina al problema. I tentativi di soluzione che vengono impiegati dalle insegnanti e dai genitori sono principalmente riconducibili a richieste di cessazione del comportamento, alla messa in atto di premi o punizioni, a spiegazioni razionali che hanno l’obbiettivo di far capire che il comportamento è sbagliato.

Qualsiasi spiegazione rispetto a ciò che è giusto o sbagliato fare spesso cade nel vuoto nel senso che il bambino o l’adolescente si oppone a qualsiasi tipo di comunicazione, ovvero i tentativi di riportare alle norme che si basano su razionalizzazioni e argomentazioni rispetto al comportamento giusto da tenere alimentano ancora di più l’oppositività, l’autorità adulta viene pertanto sfidata anche su questo.

L’elargire premi e il dare punizioni può essere una corretta strategia ma funziona solo se è perseguita in modo sistematico dagli adulti, e questo non è per niente semplice. Se la punizione viene data in alcuni casi ed in altri no, si crea una situazione confusiva che può condurre ad alimentare l’instabilità del bambino.

Inoltre la logica premi punizioni implica diverse trappole in cui gli adulti possono cadere, per esempio il premio viene elargito non tanto quando il ragazzo fa qualcosa di positivo ma per arginare i comportamenti negativi, questo fenomeno, che spesso si verifica perchè i genitori o gli insegnanti sono veramente stressati, li conduce ad essere ostaggio del minore, che impara presto a ricattarli: “se non mi dai quello faccio questo (il comportamento negativo)”.

Dal mio punto di vista la difficoltà nell’affrontare e risolvere questo tipo di problema è quella che ogni tipo di intervento correttivo diventa oggetto dell’opposizione, quindi si crea un circolo vizioso per cui più cerco di correggere il comportamento oppositivo, più aumenta l’opposizione, e questo processo può portare quel tipo di escalation che conduce i grandi ad uscire sempre sconfitti dalla battaglia, infatti anche se riescono ad ottenere l’adesione ad una norma o un comportamento migliore, questo si verifica sempre ad enormi costi emotivi.

In ambito strategico sono state delineate diverse tecniche per affrontare questo problema, la prima è quella di interrompere il circolo vizioso spiegato sopra, ovvero i grandi devono assumere una posizione contro cui il ragazzo non può ribellarsi. Per esempio possono comunicargli: “ormai ci siamo arresi, sei fatto così non c’è niente da fare, fai come vuoi, a noi non piace il tuo comportamento ma non possiamo farci niente” e non considerare e rifiutare attivamente il ragazzo quando mette in atto comportamenti negativi.

L’assunzione di tale posizione spesso colpisce il minore che è abituato a stremare i familiari con i soliti “braccio di ferro”, e conduce a modalità relazionali nuove: se si sente rifiutato spesso è lui a cercare i genitori e ad interrompere i comportamenti negativi.

Per risolvere alla radice questo tipo di problema è fondamentale condurre il ragazzo al rispetto dell’autorità, ma questo è impossibile se per primi i genitori non riescono ad imporsi in modo autorevole, ciò vuol dire che certi comportamenti non devono essere arginati o ridotti, ma non deve nemmeno essere contemplata la possibilità di poterli mettere in atto. Tale posizione genitoriale è differente da quella finalizzata ad arginare il problema che si basa sulle tentate soluzioni spiegate sopra, come le spiegazioni e i convincimenti razionali, in quanto si basa sull’interruzione dei comportamenti negativi e non lascia spazio alle reazioni oppositive.

L’idea è :”si fa così perché te lo dico io, che sono tuo padre” e non “perché ti comporti così? Non vedi che è sbagliato?” Nel primo tipo di comunicazione si delinea una gerarchia che pone dei confini precisi (confini di cui il ragazzo è il primo ad avere bisogno), nel secondo tipo di comunicazione è assente questo tipo di gerarchia e appare come una discussione paritaria, dove sono confusi il ruolo di padre e quello di figlio.

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